Una scrittrice sul palcoscenico - Colette una vita da golosa di Graziella Martina

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   Romanzi, saggi, articoli, adattamenti teatrali, dialoghi di film, conferenze, persino il testo di un balletto, Il fanciullo e i sortilegi, con musiche di Ravel… Colette scrive di tutto. La madre le fa la predica: “È lusinghiero che ti chiedano di scrivere articoli, ma è una cosa che porta via tempo e occupa l’immaginazione. È uno spreco di talento, che potrebbe essere dedicato a un lavoro più ambizioso.” Ma il bisogno di denaro è pressante. “Devo pur mangiare!” risponde. I libri non fanno guadagnare molto e, in ogni caso, il marito Willy ne ha il monopolio. Gabrielle decide allora di darsi a un’attività ancor meno approvata dalla madre: il palcoscenico. “Se non posso guadagnarmi da vivere con i miei best-seller, lo farò con gli spettacoli!” dichiara. I profitti sono immediati ed elevati, a volte l’incasso netto è di mille franchi per sera. “Gesummaria, quanti soldi!” dice Sido.
 
   Il 6 febbraio 1906, nella pantomima Il Desiderio, l’Amore e la Chimera, interpreta la parte di un fauno e, subito dopo, nella Zingara, si trasforma in una gitana. È nuda sotto gli stracci e i critici fanno notare che è la curiosità morbosa a spingere il pubblico a vederla. L’anno dopo, il ruolo è ancora più audace. Nella pantomima La Carne, rimane a seno scoperto dopo una lotta con l’amante. È uno scandalo e anche un successo. Va in tournée a Avignone, Marsiglia, Tolone, Nimes, Bordeaux, Rennes, Bruxelles… Si sente stordita, spossata, ma allo stesso tempo contenta. “In fondo – dice - danzare nuda o mettersi a nudo in un romanzo non è poi così diverso”. Una nipote, davanti a una sua foto su una rivista, osserva: “Ma si vede proprio tutto di zia Colette!”. Sido non sa cosa risponderle.
 
   Nel 1909 recita in una commedia sulle coppie aperte, Come compagni, scritta da lei. Le critiche sono sfavorevoli: la voce non è melodiosa, la dizione è innaturale, il portamento è rigido, il viso è inespressivo. Per consolarla, l’amica Missy, che a tavola è piuttosto eccentrica, non mangiando né uova, né pesce, né maiale, né pomodori, né formaggi, né dolci e limitandosi spesso a piluccare la costola bianca della lattuga e la parte inferiore delle cosce di pollo, la porta a cena Chez Palmyre. “Ci colma di attenzioni materne, ci fa dei regali, ci dà dei frutti e fa cuocere delle piccole bistecche per Missy”, scrive Colette della proprietaria del locale, luogo di ritrovo di omosessuali, “uomini dai capelli lunghi e ragazze dai capelli corti”. La figura di questa locandiera, amica di Toulouse-Lautrec, e la descrizione del locale tornano più volte nel libro I retroscena del music-hall.
 
   “Sono le dieci. Questa sera nel bar Semiramide hanno fumato talmente tanto che la mia marmellata di mele ha come un vago sapore di maryland
Semiramide ha messo sul fuoco un formidabile bollito, che servirà di base al pranzo domenicale.
Quindici chili di manzo, cara mia, e le frattaglie di sei polli! Ce ne sarà abbastanza, no? A colazione lo servirò come piatto d’entrata, a pranzo insieme all’insalata. Poi, di consommè ne abbiamo fino alla nausea.”    
Mentre mangia, la scrittrice osserva danzare le attrici disoccupate e le festaiole del quartiere. “Che volete? Lo trovo più bello di un balletto classico” dice.
Nella pantomima Pan, la gonna di Colette, che non è mai stata timorosa di esibirsi in costumi succinti e di fare cose che nei teatri rispettabili non si fanno, sale ancora più in alto, ma è nel Sogno egiziano che lo scandalo esplode. La scrittrice impersona una mummia liberata dalle bende da Missy. Le esplicite allusioni al lesbismo esasperano il pubblico, che rumoreggia e provoca l’intervento della polizia. Il direttore del locale annulla le repliche.
 
     

   Anche i ‘dietro le quinte’, le interminabili prove, i pasti frettolosi negli squallidi caffè delle stazioni confluiscono nel libro I retroscena del music hall, alcuni capitoli del quale sono dedicati alle attrici e agli attori suoi compagni di rivista.  
“Quelle che hanno fretta e devono tornare qui per le otto, non si allontanano. Alla trattoria d’angolo le attende lo spezzatino di vitello, pallido su un letto di spinaci, o il trancio di pesce di dubbia freschezza…”.
L’attore Gonsalez vive in miseria ed è perennemente affamato, ma, per dignità, lo nasconde e si allontana con una scusa quando gli altri si mettono a tavola.
“A Tarascona scomparve mentre noi divoravamo la frittata col lardo, il vitello tiepido e l’orrendo pollo; ritornò mentre ci servivano il caffè che sapeva di ghiande…”.

Colette si impietosisce.
“Alla stazione di Lourdes compro due dozzine di salsicciotti caldi:
-Andiamo, ragazzi, non lasciateli raffreddare! Svelto, Gonsalez, prima che glieli portino via da sotto il naso. Prenda questi due prima che li afferri Hautefeuille: lui è già grasso abbastanza!-”
Un’attrice giovane, soprannominata Scampolo, preferisce digiunare.
“Il solo ricordo del pranzo le fa venire la nausea. Si vede ancora seduta al tavolino sul marciapiede davanti ad una porzione di vitello tiepido, che non tocca nemmeno… C’erano anche dei piselli, che puzzavano di cane bagnato…”.      
 
   Le frequentazioni teatrali le danno modo di conoscere Carolina Otero, conosciuta come la Bella Otero, la stella delle Folies-Bergères, che la invita a una delle sue cene fra donne, immancabilmente precedute dal bésigue, l’antico gioco di carte simile alla bazzica.
“La vera festa di gola – dichiara la scrittrice nel libro Il mio noviziato - non è la cena con gli antipasti, i primi, l’arrosto. Su questo punto, la signora Otero e io eravamo perfettamente d’accordo. Un puchero, con la carne di manzo, lo zampetto, il lardo grasso, la gallina bollita, le longanizas, i chorizos, le verdure, una collina di garbanzos e di pannocchie di granturco, ecco un piatto per chi ama mangiare… A me è sempre piaciuto mangiare, ma cos’era il mio appetito in confronto a quello di Lina? La sua maestà si scioglieva, sostituita da un’espressione di dolce voluttà e di innocenza. Lo splendore dei denti, degli occhi, della bocca lucente erano quelli di una ragazza. Sono rare le bellezze che possono abbuffarsi senza scadere!”. La gourmande ha trovato chi mangia più di lei. Il puchero, che corrisponde un po’ al nostro bollito misto con le verdure, con l’aggiunta delle longanizas, le grosse salsicce nere, dei chorizos, anch’essi dei salumi , e dei garbanzos, cioè dei ceci, è davvero un piatto per grandi appetiti.
 
   A 35 anni Colette interpreta la parte di Claudine sul palcoscenico. “Un ruolo difficile - le dice la madre - ma essendone tu l’autrice sei anche in grado di interpretarlo.” Per l’occasione, Latinville inventa il gelato Claudine e un pasticciere di rue du Bac crea la torta Claudine. Agli amici che vengono a trovarla, Colette offre il cosciotto di agnello “de onze heures”, dove il numero non indica l’ora dell’appuntamento per consumarlo, ma il tempo di cottura. “È così tenero che si può mangiare con un cucchiaio” dice soddisfatta. Un giorno confida all’amica Marguerite Moreno il suo desiderio più caro: poter mangiare a sazietà. Il cibo è davvero il leit motiv della sua vita. Il momento del pasto, essenziale e irrinunciabile pur nelle occasioni più diverse, è la cosa che non è mai cambiata nelle sue giornate, occupate, di volta in volta, dalla scrittura, dagli spettacoli di mimo, dalle incombenze familiari, da quelle sociali. Un cibo semplice, come quello tratteggiato in A  porté de la main.  

   “La ghiottoneria è più modesta, ma anche più profonda. Essenzialmente, ci si deve accontentare di poco. Stamane, per esempio, ho ricevuto via aerea dalla campagna…
- Ho già l’acquolina in bocca!-
- No, non è di sicuro quello che crede, la ghiottoneria di cui parlo ha origini rustiche. Si tratta di un tortino di pane integrale di dodici libbre, con la crosta spessa, la mollica grigia color del lino, compatta, omogenea, che profuma di segale fresca, e un panetto di burro fatto la sera prima, che sotto la lama secerne il latticello, un burro deperibile, non centrifugato, pressato a mano, rancido dopo due giorni, profumato ed effimero come un fiore, un burro di lusso…-
- Come, una tartina di burro!-
- Sicuro, ma perfetta.-
 
   E poi il lardo, altrettanto rustico, nel quale “risiede una grande virtù, alberga un sapore speciale…”, usato anche per insaporire la minestra. E le castagne, celebrate nel libro De ma fenêtre.
“Con la loro stupenda polpa bianca sono un complemento provvidenziale dei pasti ridotti!
Pane delicato portato dalla fredda stagione avara di lenticchie e di fagioli secchi, tu abbondi quando tutto diventa raro, quando la terra si richiude in se stessa. La castagna bollita – in acqua di cottura salata – sbucciata, liberata della seconda pelle e dei piccoli tramezzi, schiacciata in una pasta omogenea con dello zucchero in polvere, pressata in piccole focacce con l’aiuto di un tessuto fine è un dono semplice e sano, un dessert completo se servito con una marmellata rossa. Un po’ asciutto? No, perché nel frattempo avrete provveduto a stappare una bottiglia di sidro frizzante o di vino bianco piuttosto dolce.”  
 
       

   Alla fine di marzo del 1913, Colette, quarantenne, incinta di sei mesi, interpreta la sua ultima pièce teatrale, L’uccello notturno. I colleghi attori la coccolano e la viziano, le portano in camera il caffè appena filtrato e il pan buffetto, soffice e leggero, comprato apposta per lei. E quando desidera una bibita fresca…
“Ricordo che, ostacolata da una gravidanza, mi ero stancata del music-hall e andavo spesso a passare delle serate piacevoli nel camerino di Musidora, conosciuta alla fine dell’infanzia… Da quella vedette che era, ella troneggiava nel suo camerino rivestito di carta bianca e rosa, provvisto di un divano di noce imbottito e di una poltrona di vimini. Stavo per dimenticare il mobilio più importante: una grande giara meridionale, che conteneva, frizzante e sempre rinnovata, quella bevanda inoffensiva chiamata frênette, preparata dalla donna che l’aiutava a vestirsi. La poltrona di vimini, un grosso bicchiere di frênette fresca in mano, costituivano il mio premio da privilegiata.” scrive in Nudité.   
 
   Il fisico, tuttavia, non è più compatibile con il ruolo di attrice. Allora lei cambia e affronta nuove esperienze, per descrivere cose che pochi lettori hanno modo di fare. Sale su un dirigibile, prende il volo in mongolfiera… Ma non dimentica la cucina e si fa fotografare dietro a una tavola imbandita mentre affetta il pane e prepara il paté di acciughe. Va in tribunale a seguire i processi, “lanciata nelle cogitazioni da detective dilettante sui tipi d’uomo che tolgono la vita ai loro simili.” Analizza la psicologia degli imputati, riporta il punto di vista dei difensori, descrive il comportamento dei testimoni e degli spettatori. Fra un articolo e l’altro, scrive Mitsou, una storia d’amore fra un’attrice di varietà e un giovane ufficiale, pubblicato nel maggio del 1919. È’ “la Grande Guerra messa in ghingheri per il palcoscenico” dice. Proust piange leggendo la lettera che il tenente scrive a Mitsou prima di partire per il fronte e il racconto del loro addio al ristorante. La lettera che accompagna l’invio di una copia del suo ultimo romanzo, All’ombra delle fanciulle in fiore, appena pubblicato, contiene la dedica: “Alla signora  Colette, nel ricordo tenero e incantato di Mitsou”. Sono i giorni a cavallo fra l’armistizio e la firma del trattato di pace.  

 
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