Una sommeillier d’eccezione - Colette una vita da golosa di Graziella Martina

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 “Non avevo più di tre anni quando mio padre, fautore dei metodi progressisti, mi ha dato da bere un bicchiere pieno di un vino mordorè, arrivato dal suo mezzogiorno natio: il moscato di Frontignan” racconta Colette in Prisons et paradis, nel capitolo dedicato ai vini. Il rito iniziatico dell’educazione di Colette al vino, al suo “choc voluttuoso sulle papille illuminate”comincia presto. E continua, senza più interruzioni, per tutta la vita.

“Quella consacrazione mi aveva resa degna del vino per sempre. Un po’ più tardi ho imparato a vuotare il mio gobelet di vino caldo, aromatizzato con il limone e la cannella, mentre cenavo con le castagne bollite. All’età in cui si impara a leggere, io degustavo lentamente, goccia a goccia, dei bordeaux rossi invecchiati e leggeri, e degli splendidi Yquem. Poi è stato il turno dello champagne, riservato alle feste di anniversario, ai banchetti di nozze e delle prime comunioni…”
La madre teme che, crescendo, prenda un colorito troppo pallido. Allora, va a dissotterrare le bottiglie che aveva sepolto nel 1870 per sottrarle ai soldati prussiani. Sono colorate dal tannino che vi si è depositato negli anni, ma il contenuto ha conservato tutto il proprio ardore e le virtù corroboranti.

“Ho prosciugato i vini più prelibati… Mia madre ritappava la bottiglia cominciata e contemplava sulle mie guance la gloria dei vini pregiati francesi.” Vini come il Chateau-Larose, il Chateau-Laffitte, lo Chambertin, il Croton… È al ritorno da scuola che Gabrielle ne beve un bicchiere, per accompagnare il modesto en-cas, il pasto leggero pronto a tutte le ore, consistente, secondo i giorni, in “ una cotoletta, una coscia di pollo fredda o in alcune scaglie di un formaggio duro ‘passato’ sotto la cenere, prima di spaccarlo in frammenti con un pugno”. Altre volte Gabrielle, insieme alle castagne bollite, beve il sidro, dal sapore dolce acidulo.  
 
Beve anche a scuola, come fa Claudine.  
“Dai primi giorni di caldo forte… ognuna di noi porta in fondo al panierino, nella cartella di cuoio o nello zainetto di tela, una bottiglia piena di una bevanda fresca. La gara sta nel produrre i cocktail più barocchi, i liquidi più adulterati. Niente latte di cocco per noi, quello lo lasciamo alle piccole. Per noi solo acqua e aceto, che sbianca le labbra e mette in tiro lo stomaco, le limonate aspre, la menta che ci facciamo da sole con le foglie fresche, l’acquavite sgraffignata a casa e riempita di zucchero, il succo di ribes verde che fa allappare i denti che è una bellezza. Anaïs la Stanga deplora il trasferimento della figlia del farmacista, che ci forniva flaconi interi di spirito di menta diluito con poca acqua o di dentifricio liquido Botot zuccherato. Io, che ho dei gusti meno complicati, mi accontento del vino bianco tagliato con l’acqua di seltz, con l’aggiunta di zucchero e di un po’ di limone… Poiché è proibito usare bottiglie, noi le chiudiamo con un turacciolo attraversato da una cannuccia, così, mentre ci curviamo con la scusa di raccogliere da terra una bobina di filo, possiamo bere senza spostare la bottiglia dal paniere”.   
Da adulta, non c’è vino di qualità - bianco, rosso o rosato - che non assaggi. In primavera, quando “la stessa forza onnipotente che fa sbocciare le primule, fa fiorire il pesco e il pruno, spinge fuori i germogli della vite, segno che la vita riprende a formicolare al suo interno” va a passeggiare nei vigneti. Ama “l’allineamento severo e disciplinato delle piante, frutto della sollecitudine umana”. Visita spesso anche le cantine, nei cui regni sotterranei, sotto le volte ad arco, a una temperatura costante di 13°, si allineano, a perdita d’occhio, le botti che, da lei “interrogate con un tamburellare di nocche, rispondono con note diverse di essere piene di vino di Borgogna. Vi è imprigionato un fiume di vino, messo da parte per l’avvenire, una riserva che si rinnova ogni anno e che non si esaurisce mai” scrive in Prisons et paradis. In questi cellieri i suoni sono smorzati, c’è calma, lentezza misurata nei gesti degli uomini vestiti di nero, che parlano a bassa voce mentre spillano, travasano, imbottano, filtrano, “cullano il vino vivo, sensibile, suscettibile”, lo agitano per aiutarne la chiarificazione, dopo avervi versato l’albume d’uovo che ne calamita le impurità e le fa precipitare.

Le bottiglie, in cui è trasferito il frutto di così tante fatiche, “si ricoprono lentamente di un impalpabile manto grigio e bianco…”. C’è antagonismo – scrive Colette – “fra il nobile cru, gloria nazionale che fa brillare gli occhi e inumidire le labbra solo a sentirne il nome, e la marque, che proviene da vitigni cadetti, ‘bastardi senza onore’, che della Borgogna hanno solo l’origine.” Di entrambi, con rara capacità descrittiva, lei delinea il colore, il bouquet, la trasparenza, il  vigore, l’armonicità…
E com’è delizioso inzuppare nel vino quei biscotti particolari, ideali da immergere perché se ne imbevano, come racconta nel libro Le six à  huit des vins de France.
“Dove sono finiti quei biscotti, complici gradevoli del vino? Biscotti tozzi, uniti in file di quattro da una fragile membrana, che sembravano duri come pietre, ma che si disfacevano, sciogliendosi, a contatto con il vino? Biscotti rosa, leggermente vanigliati, destinati ai vini rossi, e biscotti squisiti fabbricati a Montbozon, ormai introvabili…”  

“Eccolo qui il mio tonico! – annuncia la scrittrice ai lettori in Prisons et paradis parlando di un vino corroborante di cui è sempre provvista, preparato da lei stessa – Una fiaschetta di cristallo verde contiene ancora del vino di arance, vecchio di cinque anni. Versatemene un dito in questo bicchiere storto e sottile, che sembra affetto da una coxalgia risalente forse a Luigi XIII. Quell’anno le arance di Herez erano belle rosse e mature.
In quattro litri di vino secco di Cavalaire, color giallo paglierino, ho versato un litro di genuino Armagnac, fra le proteste degli amici, che esclamavano: ‘Che spreco! Sacrificare a un ratafià imbevibile un’acquavite così buona!…’. Ho tagliato e messo in immersione quattro arance affettate, un limone che fino a un minuto prima pendeva dall’albero, una stecca di vaniglia argentata come un vecchio e 600 grammi di zucchero di canna. Era incaricato della macerazione, che è durata cinquanta giorni, un boccale panciuto tappato con sughero e tessuto. Passato questo tempo, non mi è rimasto altro da fare che filtrare e mettere in bottiglia.
Se è buono? Care parigine, quando rientrate a casa alla fine di un duro pomeriggio d’inverno o di finta primavera, sferzato dalla pioggia e dalla grandine, flagellato da un sole puntuto, con le spalle che rabbrividiscono, soffiatevi il naso, tastatevi la fronte, osservate la lingua, poi lagnatevi: ‘Non so che cosa ho…’. Lo so io che cosa avete. Avete bisogno di un bicchierino di vino di arance.”   
     
L’estate del 1947 è molto calda, tutto è secco e inaridito. Ma per l’uva è un bene. Colette non cammina ormai più da alcuni anni. Maurice, di nascosto dai medici, che lo proibirebbero, decide di farle una sorpresa. A settembre, durante la vendemmia, la porta ancora una volta nell’amata terra del Beaujolais. Una catena di braccia la trasporta dall’auto alla cantina, dove i tini sono debordanti e l’aroma del vino novello impregna l’aria. In una tazza d’argento, Colette degusta un vino del 1944, mangiando un po’ di prosciutto e di formaggio. “Tornate ad assaggiare quello del ’47 – la invita il directeur - non avrà nulla da invidiare a questo.” Per un attimo, Colette dimentica la sua invalidità e promette di far ritorno. Ma non succederà più, per lei non ci saranno altre vendemmie. Quello che il marito le ha offerto è il suo ultimo, conclusivo viaggio in un luogo che ama.

 
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