Colette in Italia - Colette una vita da golosa di Graziella Martina

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   Nel giugno del 1915, l’Italia entra in guerra a fianco degli Alleati, contro l’Austria e la Germania. Il giornale Le Matin, che vedrà aumentare le tirature fino a mezzo milione di copie per il grande desiderio dei lettori di avere notizie sulla guerra, invia a Roma Colette, baronessa di Jouvenel, per descrivere le ripercussioni della guerra sulla vita quotidiana.  “Com’è bello – scrive – il versante italiano delle Alpi, irrigato da acque pure, fiorito, drappeggiato di vigne, marezzato di mais, fresco a dispetto del caldo, caldo malgrado la neve vicina!”. Le foreste di pini rinfrescate dalla pioggia, le cascatelle, i torrenti a precipizio, i fiori, i pascoli e le viti destano la sua ammirazione. Ritrova una razza fisicamente simile a quella della sua Borgogna, ma con un’abbronzatura più generosa. “Le farine e i vini senza frode” danno alle donne un seno più ricco, ai bambini uno stomaco più robusto e dei denti più sani. Anche i bersaglieri che partono per il fronte cantando e ridendo, come se fosse una festa, gli ufficiali sulle banchine, le truppe sui treni le ricordano i soldati francesi.
 
   Arriva a Roma sotto la pioggia mista a grandine. All’hotel Excelsior, dove scende, c’è già un’altra baronessa di Jouvenel. È Claire Boas, la prima moglie di Henry, nel cui salotto parigino è stato preparato l’ingresso dell’Italia a fianco degli Alleati. Colette viene trattata con sospetto, da avventuriera, e non ottiene la stanza. Opta per l’hotel Regina, di fronte. La prima impressione della capitale è quella di una città svuotata dal caldo, obbligata all’ozio dalla bruma mattutina e dall’onda infuocata di mezzogiorno, che fa chiudere le persiane. Solo l’arrivo del ponentino permette alla città di riprendere le proprie attività. Le nove di sera sono l’ora dei riverberi blu dell’illuminazione ossidrica, che dona alle mani e al viso un pallore verdastro. All’inizio, le braccia accoglienti dell’urbe, la bella lingua che sente cantare intorno a lei, la folla calorosa che manda giù gelati e limonate mentre legge la quarta edizione del Corriere della Sera fanno del suo soggiorno una festa.

Ma un giorno, mentre guarda i meravigliosi bambini, le donne oziose, i venditori di frutta e di limonata da una terrazza di Frascati, pensa che “al di là della pianura e di altre pianure, oltre l’acqua, non c’è ancora la Francia…”. Ci vorrebbero più di trenta ore di treno per raggiungere il suo foyer, per rivedere gli esseri a cui è legata e avere la certezza che stanno bene. Da quel momento non riesce più a gustare le bellezze che la circondano, come una turista qualsiasi. Anche un piccolo cimitero verdeggiante vicino a una chiesa nel quale passeggia sotto il sole la fa pensare al marito. “Nel toccare la pietra calda, si desidererebbe tornare in questo posto con lui.” Va in giro per il Gianicolo e per Trastevere, dove vede una piazza con piccole case rese gaie dal riverbero dei colori dei pomodori e dei limoni piantati nella striscia di terra davanti alle facciate. In compagnia di altri francesi visita i mercatini, dove, a causa della guerra, non c’è niente di interessante. In mezzo alle reti sfondate, alle vecchie lampade, ai medaglioni per racchiudere i ritratti di chi va in guerra, vede i venditori - vecchi e donne, gli uomini sono tutti al fronte – che mangiano un piatto di risotto, con accanto un fiasco di vino. Per trionfare della sua crisi, fa appello all’orgoglio e al senso del dovere.  


  
   In una trattoria di Trastevere, i mandolinisti che suonano la Marsigliese le provocano lacrime di gioia e un’emozione profonda. Il locale, la cui sala posteriore è un giardino coperto che odora di zafferano e di vino fresco, è un rifugio perfetto per la sua noia di esiliata. Alle nove di sera si produce “un rumore animale e benefico, caldo di risa di donne, di bicchieri maneggiati con rudezza, di grida di bambini.” I genitori hanno con sé tutta la prole, compresi i neonati, che prendono il latte mentre la madre divora un piatto di spaghetti. Alle undici, i piccoli sono ancora in giro fra i tavoli, come dei passeri svegli. Il vino dei Castelli brilla nelle ampolle di vetro, che recano un piccolo sigillo di piombo con il marchio.
 
   “Tutto è divertente per gli occhi, per le mani, per il palato – scrive nel libro Les heures longues, che raccoglie gran parte della sua esperienza italiana - anche il dolce pesante servito subito dopo il pesce arrosto.” Alla fine di un vicolo cieco, su una piazza irregolare, c’è un’altra osteria dove Colette ama attardarsi. È una salle à boire, ricavata in parte da una cupola bizantina. Si chiama Basilica Ulpia, è “bassa, vasta, perfettamente rotonda”, con dei muri nei quali si aprivano le porte di molte cantine, poi murate. L’unica decorazione del locale è costituita da collane di fiaschi dal collo sottile pieni di vino di Orvieto color oro, di Chianti color rubino e di  Frascati “la cui schiuma fa il solletico alle narici” dal colore rosato. La stanza prende aria da una piccola porta protetta da una tenda di tela. La gradevolezza del vino e i dolci pesanti, che si sbriciolano in bocca come sabbia zuccherata, inducono a bere più di quanto si vorrebbe.
 
Parla di questo ristorante anche in Flore et Pomone.
“Mi nutrivo in ristoranti abbastanza modesti e quello della Basilica Ulpia mi ha sempre appagata, dato che mi serviva tutti i giorni, oltre al piatto di pasta, un mucchio di carciofi novelli, tolti dall’olio bollente, rigidi come delle rose fritte.”
Dopo la cena va a passeggio per i Fori Imperiali, ribattezzati i ‘Fori dei Gatti’. A volte, va in altre osterie di Trastevere, in compagnia di Gabriele d’Annunzio, a cui mostra le foto della figlia, parla dell’eroismo del padre, racconta del marito adorato. D’Annunzio, il cui ritratto con dedica lei terrà sempre sulla scrivania, ha l’impressione che lui la faccia soffrire.


 
   A luglio Colette va a Venezia. L’odore estivo dei canali si insinua nelle case anche attraverso le finestre chiuse e sopprime l’appetito. Sotto il cielo cinereo, la città, senza turisti per via della guerra, sembra compiere uno sforzo mimetico per confondersi con le acque. I sacchi di sabbia, sotto i quali la città si nasconde, contribuiscono a rendere il paesaggio irreale. Tutte le statue e i capolavori di San Marco sono avviluppati, i cavalli di Lisippo sono murati. “Suona l’ora di cena, se non quella della fame. Nella sala da pranzo, bassa come la sala di un battello, la finestra aperta lascia entrare l’effluvio insipido dell’acqua, – racconta nel paragrafo dedicato a questa città del libro Les heures longues - manca l’odore tonico dei pesci, delle reti bagnate….non si pesca più nell’Atlantico. Questa insipida trota salmonata viene da Basilea.

Ma nella falsa allegria di trenta lampadine elettriche, sono bastevoli i bei frutti, i fichi screpolati e l’aroma del caffè”. Di giorno si sentono le voci delle donne e dei bambini, il tintinnio delle posate e dei bicchieri, di notte il silenzio e l’oscurità sono totali e sembra di essere in una tomba. Per avanzare bisogna tastare i muri e per orientarsi bisogna contare le colonne, cercando di non scontrarsi con le ombre scure che camminano nel buio. Il senso di irrealtà è totale. “Può darsi che sogni. – scrive - Forse non esiste nulla all’infuori del profumo gelato del mio sorbetto alla vaniglia.”
 
   Nel settembre del 1916, la rivista La Vie parisienne la manda a Cernobbio, sul lago di Como. Al sontuoso Grand Hotel Villa d’Este vive una seconda luna di miele insieme al marito, che l’ha raggiunta. “Come siamo felici in questo posto! Sidi, la salvia fiorita, i convolvoli, le scalinate lambite dall’acqua, i fichi maturi… Sono stordita.” Scrive un pezzo patriottico partendo da una sfilata di moda parigina che si svolge nella hall dell’albergo, invasa dai vestiti di tulle e dai cappotti di lapin travestiti da volpi argentate. Fra pranzi, cene, tè e caffè, i ricchi ospiti cercano di far passare il tempo. Ma Colette trova il modo di riscattare quelle donne oziose, a cui la guerra non sembra dare sensi di colpa. “Basta osservarle attentamente – scrive - per riconoscere il pensiero profondo, l’unico, che assilla tutte le donne in guerra: aspettare.”
 
   Gli Jouvenel tornano brevemente a Parigi alla fine di ottobre, in tempo per veder crollare un angolo del loro chalet svizzero. Non si è trattato di un’illusione ottica, come ha creduto Colette quando ha visto la pioggia attraversare la sua stanza da bagno, è proprio venuto giù il tetto. A novembre si trasferiscono al numero 69 di Boulevard Suchet, ad Auteuil, a due passi dal Bois de Boulogne. A dicembre sono nuovamente a Roma per la conferenza dell’Intesa, che lui deve seguire. Aristide Briand, primo ministro francese, incontra David Lloyd George, primo ministro britannico, per accordarsi con lui prima dell’arrivo degli americani. Roma d’inverno è di una bellezza straordinaria, ma vivere in un paese di cui non si parla la lingua non è così piacevole. Il cibo è razionato, “quindici grammi di zucchero, una noce di burro, poche fette di pane al giorno…”. Allora lei va all’ambasciata inglese a recitare i suoi Dialoghi di animali e lì può avere tutto il burro che vuole, un burro freschissimo, fatto in casa!

Solo la salade italienne, con la coppa, i pomodori, le acciughe, la mozzarella e le olive, non le piace. “È un esempio da non imitare per l’eccessiva abbondanza di sapori diversi, che non si amalgamano fra di loro, al contrario, cozzano” scrive. Nel complesso, però, la sua vita a Roma non è poi così diversa da quella a Boulevard Suchet. Invece di portare il cane a passeggio al Bois de Boulogne lo porta nei giardini di Villa Borghese e il pomeriggio trova rifugio sul Palatino, dove raccoglie mazzolini di fiori. Il marito riparte, lei si ferma ancora per occuparsi di cinema. Stanno girando un film tratto dal suo libro La Vagabonda e la star è la sua amica Musidora, che il regista considera ‘troppo italiana’, stimando migliore una bionda. Il sole picchia e negli studi c’è un caldo soffocante. A mezzogiorno, dalla palazzina del custode arrivano i rumori e i profumi della cucina – preparano gli spaghetti al ragù -  ma, finché il sole è alto, si deve continuare a lavorare. Lei sta sul set per raccontare ai lettori come viene realizzato un film.
 
   Rientra a Parigi alla fine dell’inverno. Manda a Marcel Proust una copia del suo diario italiano. Lui le risponde di aver trovando meravigliosa la descrizione di Roma. Alcune pagine, dice, gli ricordano l’elegante prosa settecentesca di Bossuet.

           
 
 
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